Nel mondo 844 milioni di persone vivono senza accesso all’acqua potabile.

Ogni giorno 800 bambini muoiono a causa di malattie come la diarrea, legate all’uso di acqua non sicura, e di assenza di servizi igienici e sanitari adeguati.


Tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile il sesto, che riguarda l’acqua e i servizi igienico-sanitari, sollecita un accesso equo e universale a fonti idriche pulite entro il 2030.

Dal 1990 ad oggi sono stati fatti grandi passi avanti, tanto è vero che il precedente Obiettivo di Sviluppo del Millennio – “dimezzare a livello globale la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua” – è stato raggiunto nel 2010 con 2,3 miliardi di persone che hanno ottenuto l’accesso a fonti d’acqua cosiddette “migliorate”.

Ma la strada è ancora lunga, specialmente nell’Africa sub-sahariana, in Cina e in India, dove milioni di persone ancora oggi non accedono a fonti d’acqua potabile.

Secondo l’Unicef,  il 90% delle persone con carenza d’acqua vive in aree rurali. Le donne e le bambine impiegano ore per raggiungere le fonti d’acqua più vicine, sottraendo tempo alla possibilità di frequentare la scuola o di svolgere un lavoro ed esponendosi al rischio di violenze lungo il tragitto.

Da sempre, in diverse aree del mondo, Cesvi è impegnato in progetti legati all’acqua (water and sanitation) che includono la costruzione di pozzi, canali e pompe d’acqua, il supporto per garantire fonti idriche sicure e la promozione di campagne di educazione all’igiene anche nei villaggi più remoti.

In Palestina, ad esempio, stiamo lavorando nell’area di Hebron per migliorare l’accesso all’acqua della popolazione palestinese residente nell’Area C – sotto il controllo di Israele – e diminuire il rischio di sfollamento. Ridurre la carenza di acqua potabile, infatti, è uno degli strumenti utilizzati per spingere la popolazione a lasciare la propria casa e la propria terra.

 

Acqua e speranza in Kachin

Acqua e speranza in Kachin

Il Kachin è uno stato nel nord-est del Myanmar afflitto da una guerra che dura da molti anni. Daw Lashi Bawk Ja, 32 anni, vive nel campo di sfollati Mai Khaung KBC insieme alla madre e ai suoi cinque figli. La sua famiglia sopravvive grazie all’allevamento di suini.

La storia del campo di Mai Khaung KBC ha inizio la notte del 22 ottobre 2013 quando, al suono di combattimenti e spari, alcuni agricoltori locali provenienti da villaggi isolati sulle colline sono fuggiti dalle proprie case verso la chiesa più vicina. Qui hanno ricevuto rifugio dai preti, che tuttavia non possedevano risorse sufficienti per sopperire ai bisogni primari di un numero crescente di rifugiati.

Grazie a una consolidata esperienza nel Paese, Cesvi è stato in grado di intervenire tempestivamente costruendo latrine di emergenza e distribuendo contenitori per l’acqua e kit igienici. Visto il protrarsi della crisi,  ha continuato il suo intervento con la costruzione di punti di distribuzione di acqua potabile e di latrine, distribuzione di kit per l’igiene e campagne di sensibilizzazione.

Parlando della vita nel campo, Daw Lashi Bawk Ja spiega: “Nel nostro villaggio sapevamo come guadagnarci da vivere, mentre nel campo la vita è molto difficile e siamo interamente dipendenti dagli aiuti altrui. Penso spesso al mio villaggio, alla vita e ai beni che io e la mia famiglia siamo stati costretti ad abbandonare. Vorrei ritrovare la libertà, odio la guerra che ha rovinato le nostre vite”.

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