Cesvi contro le discriminazioni razziali

 

“Sono trascorsi 20 anni da quando sono arrivata in Italia. Venti lunghi anni trascorsi in un Paese che non mi ha mai accettato, di gente che mi ha mancato di rispetto continuamente e trattato come un essere inferiore e privo di istruzione”.

“Ricordo che, da piccola, ogni tanto capitava che dovessi saltare la scuola per andare in un posto chiamato ‘questura’ per fare dei documenti”.

Due storie, completamente diverse, accomunate dal destino di sentirsi stranieri in terra straniera. Maida, donna iraniana arrivata in Italia nel 1991 per accompagnare il marito medico specializzato in chirurgia d’emergenza, pur lavorando da 30 anni come mediatrice culturale (prima nel penitenziario di Bergamo e poi ovunque servisse) non si è mai sentita a casa e non ha la cittadinanza italiana.  

Cinzia, peruviana nata in Italia, è riuscita invece ad ottenere la cittadinanza italiana dopo 26 anni

Queste e altre 6 toccanti storie, raccolte nella mostra “Me, You and everyone we know”, saranno esposte al Museo Pigorini di Roma dal 27 marzo al 7 aprile per riflettere sulle condizioni dei migranti in Italia.

Nel 2011 il numero di stranieri presenti in Italia era di 5.011.000. Di questi, circa 650 mila sono minori residenti in Italia, nati in strutture sanitarie nazionali.

Ma questi ultimi, pur essendo nati nel nostro Paese, non ottengono automaticamente la cittadinanza italiana. La legge sulla cittadinanza (n.91 del febbraio 1992) non prevede lo “ius soli”. Lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, nati in Italia, è quindi inestricabilmente legato alla condizione dei genitori: solo se i padri ottengono la cittadinanza (dopo dieci anni di residenza legale), questa si trasmette di diritto anche ai figli.

In Italia l’immigrazione costituisce un “rimedio”, seppur parziale, al continuo processo di invecchiamento demografico e alla scarsità di manodopera per alcune attività professionali. Nel periodo 2011-2015 il fabbisogno medio annuo di nuovi immigrati-lavoratori dovrebbe essere pari a circa 100 mila, mentre nel periodo 2016-2020 potrebbe portarsi a 260 mila. Ciò significa che nei prossimi 9 anni l’Italia avrà bisogno di 1 milione e 800 mila lavoratori stranieri. E gli immigranti, oltre a rappresentare il maggiore bacino di manodopera per molte imprese, generano il 10% del PIL italiano (ISMU, 2009).

“Da varie indagini condotte in questi anni risulta che la maggior parte dei migranti si trova bene in Italia” afferma Giangi Milesi, presidente Cesvi “ma questo sentimento si attenua nel tempo a seguito della delusione maturata rispetto alle proprie aspettative”. “Gli aspetti che agli immigranti piacciono dell’Italia” continua Milesi “sono la generosità, la solidarietà, la qualità di alcuni servizi, la libertà, il clima. Pesano negativamente, invece, la burocrazia, i prezzi alti, le discriminazioni e il difficile riconoscimento del titolo di studio”. 

Recenti studi sulla discriminazione raziale, elaborati da un network di associazioni italiane, hanno evidenziato che in Italia i fenomeni di incitamento all’odio razziale legati ai discorsi politici e ai media sono in aumento, seguiti da un incremento della pratica di forme di discriminazione razziale su internet e sui social network.

In Italia il gruppo etnico che registra più episodi discriminatori è rappresentato dai nord-africani, con un’incidenza del 52%.

Tra le diverse manifestazioni di discriminazione razziale, la più forte si registra nella fascia dei minori. Da una recente indagine commissionata dall’UNICEF su un campione di 518 adolescenti (di cui 118 di origine straniera), è emerso che il 22,2% dei ragazzi di origine straniera ha subìto in prima persona manifestazioni di razzismo, espresso non solo con manifestazioni violente ma anche sotto forma di rifiuto o emarginazione.

Un motivo in più per continuare a impegnarsi in questo settore come ha deciso di fare Cesvi, che dal 2011 lavora su tematiche di co-sviluppo con le comunità di migranti presenti nel nostro Paese per favorire il dialogo e l’integrazione.